mercoledì 31 marzo 2010

Toh chi si rivede: l'astio comunista contro le lingue minoritarie

Dove, come nella Padania, la politica si gioca quasi esclusivamente in termini economicisti, le questioni dell'identità o non hanno spazio o sono delegate alla Lega che, naturalmente, cerca – a volte con successo – di metterle a profitto. Gli avversari con prosopopea, gli alleati con imbarazzo non capiscono e stanno lì ad interrogarsi sul perché il partito di Bossi miete successi. Gli uni la buttano in razzismo (vince perché solletica istinti xenofobi in chi ha paura dello straniero), gli altri ne invidiano il “radicamento popolare”, immaginando che questo sia una sorta di capacità di vender meglio un prodotto. Ma né gli uni né gli altri attribuiscono alcun peso alle questioni identitarie che la Lega solleva e loro no.
Capita allora che il Pdl candidi a sindaco di Venezia un bravo economista ma con gravi lacune di cultura storica, il ministro Brunetta, che non fa mistero della sua avversione per le autonomie identitarie. E lo fa pur sapendo che anche a Venezia si sarebbe votato in un clima di attesa per uno straordinario risultato per la Lega. Il meno che poteva capitargli è che gli elettori leghisti lo punissero per la sua scarsa considerazione nei confronti di uno dei motivi fondanti la politica della Lega. E infatti lo hanno sonoramente punito.
E capita, nell'altra sponda politica, che in Piemonte il candidato della Lega abbia agitato il problema del “più lingua piemontese nelle scuole”, come si sa con notevole successo elettorale forse anche per questo. L'ex sindaco di Torino, Diego Novelli, allora del Pci non si è lasciata scappare l'occasione di bacchettare il leghista Roberto Cota, candidato alla Presidenza del Piemonte. Nel periodico da lui fondato, “Nuova società”, Novelli ha scritto una settimana prima del voto uno sprezzante articolo contro il piemontese nelle scuole (che fra l'altro già c'è).
Qualche tempo fa su istigazione del suo collega Luca Zaia (candidato nel Veneto) Cota aveva presentato una singolare proposta di legge per imporre agli insegnanti, vincitori di cattedre in regioni diverse dalla loro provenienza, la conoscenza del dialetto locale, spacciato come seconda lingua.
Oggi, il novello Alighieri della Padania, ci fa sapere che se (malauguratamente diciamo noi), dovesse vincere le elezioni, imporrebbe nelle scuole della regione la "lingua" piemontese.
Peccato che tale lingua non esista. Infatti in Piemonte esistono tanti dialetti, molto diversi l'uno dall'altro, non assimilabili in un solo idioma.
Il giovanotto, nato in provincia di Novara, ignora ad esempio che il dialetto in uso nel capoluogo piemontese è diverso da quello che si pratica a 19 chilometri di distanza”.
Non so a voi, ma a me queste parole ricordano singolarmente quelle che trent'anni fa i Diego Novelli di casa nostra dicevano contro la lingua sarda. Oggi le cose sono cambiate fra i vecchi compagni dell'ex sindaco di Torino, moltissimi dei quali si sono ravveduti in materia di lingua sarda. Altri, invece, potrebbero essere gli ispiratori di questa altra sciocchezza del Nostro, il quale rimproverando Cota di essersi “inventata la lingua piemontese” dice: “E non vale per inventare una lingua piemontese citare l'esempio della Sardegna. Nell'isola è stata scelta come base della lingua sarda il modo di parlare nel nuorese, considerato la matrice, per estenderlo in tutta la regione, anche se esistono tutt'ora differenze tra il cagliaritano, il sassarese e le altre province”.
Se questa è stata la linea di politica linguistica sposata dalla povera Bresso, si capisce la batosta che ha preso.

Quel disagio per una storia mai raccontata

di Franco Pilloni

Dico prima che non sono dell'idea del poeta per il quale nascere è di per sé una sventura. Aggiungo subito che essere nato sardo per me è stata fonte di disagio. Preciso che sono contento di essere nato sardo; ringrazio e sono grato per questo al buon Dio, alla sorte e al caso. Confesso che non sono capace di immaginarmi diverso, ossia non sardo, vale a dire privo delle peculiarità positive e negative che mi caratterizzano talmente da rendermi riconoscibile, spesso al primo impatto, da chi incontro o frequento. Non mi preoccupa il fatto che, non soltanto sono nato sardo, ma lo divento ogni giorno di più.
E allora, giustamente mi si può chiedere, che c’entra il disagio?
C’entra sì, come una sorta di malessere, di sottilissima sofferenza intima che ti coglie, anzi che mi ha colto più e più volte durante la mia vita nelle più svariate occasioni, ma soprattutto a scuola. Ecco, credo che lì sia cominciato, forse con le sbrigative parole della maestra, quel “dimentica tutto e parla in italiano”, con i riferimenti a fatti, racconti, storie, poesie che mai sfioravano, mai avevano sfiorato il sardo e la Sardegna, neppure quella lontana del Capo di Sopra o della Maurreddina che nella mia infanzia, nella mia fantasia, non erano più vicine delle Americhe di Cristoforo Colombo.
A scuola, al massimo, sono diventato italiano, perché sardo lo sono diventato per strada, seduto a ridosso dei portali per prendere il fresco nelle notti d’estate, a sentire is contus dei vecchi. Lo sono diventato ancor più da giovane, chiamato alla leva militare, dove ho confrontato la mia identità, ormai acquisita, di italiano di Sardegna con quelle degli altri italiani d’altrove. Sempre con quel sottile malessere di cui ho parlato, ma del quale ancora non avevo ben inteso l'origine.
Poi sono tornato a scuola, questa volta come insegnante. Dico che non c’è scienza psicologica o pedagogica che valga se il maestro non trova la collocazione appropriata per se stesso di fronte ai suoi alunni che, a mio avviso (più che modesto), è il rispetto: rispetto per quello che sono i bambini, rispetto per le aspettative delle famiglie, rispetto per la collettività che ti ha assegnato un ruolo così importante per il suo stesso futuro.
Non dico che questi concetti li abbia avuti chiari sin dal primo giorno, li ho maturati nel tempo quando, ricordando il mio disagio di bambino, ho pensato che in qualche modo bisognava saldare una frattura identitaria fra quello che significa nascere sardo e quello che comporta diventare italiano. Ma cosa può fare un povero maestro di scuola di fronte a un problema così grosso?
Può farci nulla, o poco, o tanto. O forse tutto.
Io m’inventai delle storie insieme a loro, i miei alunni, dove i protagonisti si chiamavano Braxa, Antoneddu, Lionora o anche in altri modi strani; il loro territorio era Barumini, la Giara, il golfo degli Angeli (ci avranno invaso pure questi, come i Fenici?); gli antagonisti si chiamavano Romulus, Mustafà e via inventando. C’è sempre un processo di identificazione con qualche personaggio delle storie o dei film, chi tifa per il Settimo Cavalleggeri chi per Nuvola Rossa: per chi pensate che facevano il tifo i miei alunni? Credete che si sia verificata una saldatura fra l'essere nato sardo e il sentirsi sardo? Che si sia affievolito un sottile malessere, se pure l'avessero inconsciamente avvertito?
Ecco perché non mi sento sardo-italiano né sardo-spagnolo e tanto meno sardo-romano e ancor di meno sardo-fenicio. Nella mia ingenuità mi sono sempre figurato i fenici come degli antichi vucumprà, molto più furbi, molto più rapaci. Lo so che sbaglio, ma l'ansia, il disagio mi viene dal vuoto di storia che non mi fu raccontata, che non viene raccontata ancora oggi, che volutamente viene ignorata, non ricercata, nascosta se viene a galla, trafugata, manipolata. Questo deficit di conoscenza è il virus che crea il mio disagio ancora oggi. Vorrei sapere da dove vengo, per sapere dove vado.
In fondo non mi pare di chiedere molto, per uno che intende vivere una volta sola.

martedì 30 marzo 2010

Unità d'Italia: la Sardegna non è fra i convitati

di Piero Capra

Un interessante lavoro di Francesco Cesare Casula - uscito recentemente (Italia. Il Grande Inganno 1861-2011, Delfino- 2010) - illustra, descrive e spiega come e perché il nostro attuale Stato, oggi chiamato Repubblica Italiana, ieri Regno d’Italia e avantieri Regno di Sardegna sia nato non nella Penisola ma a Cagliari-Bonaria il 19 giugno 1324, pregnato per 537 anni dal sudore e dal sangue dei sardi insulari e peninsulari.
Eppure non risulta che, nelle numerose manifestazioni e celebrazioni programmate per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, la Sardegna abbia un ruolo di particolare rilievo.
Qualche giorno fa la seguente nota di Agenzia ha diffuso il programma regionale previsto per l’occasione: 
“Cagliari, 25 mar. - La Giunta regionale della Sardegna ha approvato due iniziative che si svolgeranno nell'isola nell'ambito delle manifestazioni per i 150 anni dell'Unita' d'Italia. Si tratta di due iniziative promosse dall'Istituto storico "Giuseppe Siotto" che prevedono complessivamente un contributo di 85 mila euro.
La prima e' una mostra su Giuseppe Garibaldi, "Un rivoluzionario romantico: ideali, utopie e avventura'', che avra' carattere itinerante e sara' inaugurata in concomitanza con la Louis Vuitton Trophy, in programma alla Maddalena dal 22 maggio al 6 giugno.
La seconda iniziativa riguarda l’organizzazione di un convegno nazionale della Società degli storici italiani dell’età contemporanea che si terrà a Cagliari dal 7 al 9 ottobre prossimi. A questo evento potrebbe partecipare il Presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano.”
Per quanto riguarda Garibaldi, non si capisce bene il collegamento con la (tuttora problematica) regata velica Louis Vuitton Cup, se non per l’impiego delle barca anche all’epoca dell’Eroe dei Due mondi. Il che – comunque la si veda - è un po’ poco sotto il profilo storico-politico. Tale tema sarà però “coperto” dal Convegno programmato a Cagliari dove presumibilmente affluiranno studiosi e cultori nazionali della materia in questione.
Non accadrà, e non è accaduto, il contrario. E cioè che la Sardegna sia invitata e partecipi alle manifestazioni nazionali.
Non è accaduto a Roma nello scorso novembre, in occasione di una anticipazione sulle manifestazioni (patrocinata dall’Associazione “Italia Protagonista” presieduta da Maurizio Gasparri) che, da febbraio a ottobre, prevede incontri e dibattiti su arte, sport, cultura ed economia.
Il ministro per i Beni e le attività culturali Sandro Bondi, nel corso del suo intervento, aveva sottolineato che l’iniziativa “non intende ricordare un semplice anniversario. Ma vuole leggere, attraverso la storia, la politica e la cultura che viene classificata erroneamente in cultura di destra e di sinistra. La cultura – ha spiegato il ministro - deve essere senza bandiere. L’Unità d’Italia mette insieme le diversità del nostro Paese con i suoi tanti dialetti, culture e realtà”. Ma tra questi “dialetti, culture e realtà” quella sarda non c’era.
Non è accaduto al momento della cerimonia ufficiale di costituzione del “Comitato Italia 150” che si è svolta nel 2007 a Torino.
Non è accaduto, nel marzo 2008, al momento della presentazione ufficiale del Comitato Interministeriale cui sono state affidate tutte le attività di pianificazione, preparazione ed organizzazione di eventi e iniziative per le celebrazioni.
All’epoca il Commissario straordinario addetto era il vice presidente del Consiglio Francesco Rutelli. Invece la presentazione del Centro Espositivo-Informativo, allestito nella sala Unità d’Italia del Vittoriano, era affidata all’Ing. Angelo Balducci in quanto Capo del Dipartimento per lo Sviluppo e la Competitività del Turismo, struttura ad hoc per le celebrazioni 2011. E non c’è dubbio che l’ing. Balducci fosse la persona più adatta considerato che dal 2006 era già Commissario straordinario per le opere e gli interventi per i mondiali di nuoto “Roma 2009” .
La Sardegna non è presente a fine marzo 2010 in occasione dell’Incontro Risorgimento – Europa, che si terrà a Torino. Nella città piemontese infatti,  da marzo a novembre 2011, si svolgeranno tutte le manifestazioni previste dal programma Esperienza Italia – 150 anni di Storia, 9 mesi di Festa.
Per tutto il 2011 alcune grandi città hanno scelto di utilizzare Torino e Esperienza Italia per promuovere e presentare le proprie eccellenze: ogni città sceglierà uno spazio in cui essere presente e un momento in cui realizzare un proprio evento. Hanno aderito Napoli, Venezia, Milano e Firenze. Cagliari, che pure è stata la capitale del Regno di Sardegna fino al 17 marzo 1861, non c’è.
D’altra parte è pur vero che Torino, come residenza preferita dei sovrani di Casa Savoia e sede del Parlamento Subalpino, ha tutti i titoli per essere al centro delle manifestazioni ufficiali. E lo ha fatto con proprie iniziative, se non con fondi propri, di carattere culturale, artistico, turistico, commerciale, gastronomico.
Ma, come sostiene Francesco Cesare Casula, qualche titolo non marginale, in fondo lo ha anche la Sardegna, e il suo straordinario Regno. Eppure è fuori dalla Festa.

lunedì 29 marzo 2010

Sardi, sardiani, shardana, tirreni e fenici

di Massimo Pittau

Con questo mio intervento intendo rispondere ad alcuni impegnativi quesiti che mi ha posto l’amico Mauro Zedda.
1) In due miei recenti libri ritengo di avere dimostrato che è molto più verosimile che gli Shardana (SHRDN) ripetutamente citati da documenti egizi non erano i Sardi o Sardiani della Sardegna, ma erano gli abitanti della Lidia, i quali prendevano nome di Sardianói dalla loro capitale Sardis. Infatti la Lidia, posta sulla costa centro-occidentale dell’Asia Minore (odierna Turchia) era molto più vicina all’Egitto che non la Sardegna e inoltre abbiamo numerose testimonianze storiche degli stretti rapporti che correvano fra quella regione e l’Egitto. (Dalla Lidia nel secolo XIII a. C., secondo il famosissimo racconto di Erodoto, sono partiti per l’Occidente, sia, prima, i Sardi arrivati in Sardegna, sia, dopo, gli Etruschi arrivati in Italia).
Comunque, anche a mio giudizio i Sardi hanno partecipato alle imprese dei “Popoli del Mare”, ma col nome di Tirseni o Tirreni (TRSH), che significava “costruttori di torri” (tyrseis), di torri nuragiche (questi non potevano essere gli Etruschi, che non esistevano ancora in quanto tali). Si consideri il nome del villaggio sardo di Tertenia -che prima era sul mare - il quale significava “città dei Tirseni”.
2) Anche per effetto di un proficuo scambio di idee che ho avuto nel dicembre scorso con Mauro Zedda, dandogli piena ragione, ho deciso di evitare la esatta corrispondenza dei nomi di Sardi, Sardiani, Protosardi e Paleosardi da una parte e di Nuragici dall’altra. Alla domanda poi che egli mi ha fatto sul nome da dare al popolo o ai popoli che hanno preceduto i Sardi/Sardiani nell’Isola, rispondo che non mi sento di creare ulteriori confusioni sull’argomento: io continuerò a chiamarli – come fanno anche gli archeologi più avveduti - Prenuragici.
3) Mauro Zedda deve guardarsi con grande cura dall’accettare la madornale confusione che fanno non pochi archeologi sardi: la confusuione tra i Fenici ed i Punici o Cartaginesi. Questi ultimi abitavano a Cartagine, nell’odierna Tunisia, proprio di fronte e a poche miglia dalla Sardegna, e la loro presenza nell’Isola è indubitabile, anche in virtù di “tonnellate di reperti punici o cartaginesi” lasciati nell’Isola.
Invece i Fenici abitavano nel lontanissimo Libano, a 2.500 miglia dalla Sardegna e questa enorme distanza esclude una loro consistente presenza nella nostra Isola. Certamente sono stati trovati anche reperti fenici in Sardegna (quasi tutti vasi o cocci di vasi), ma da un lato questi reperti sono scarsissimi, dall’altro sono spesso di interpretazione molto dubbia. Infatti è anche possibile che quei vasi siano stati portati in Sardegna non dai Fenici, ma dai Sardi stessi al ritorno dai loro viaggi che facevano anche nel Mediterraneo orientale.
Al fondo di questa colossale e quasi incredibile confusione tra i Fenici e i Cartaginesi ci sono due fatti storico-linguistici indubitabili, ma i quali vanno interpretati con la massima attenzione: I) I Fenici erano i lontani progenitori dei Cartaginesi, ma questi avevano finito col distaccarsi politicamente dalla loro originaria madrepatria, la Fenicia; II) I Cartaginesi parlavano la lingua fenicia e la scrivevano in alfabeto fenicio, ma questo non implica affatto che una iscrizione in alfabeto fenicio trovata in Sardegna sia “fenicia”, essa invece è molto più verosimilmente punica o “cartaginese”.
E concludo: nessun dubbio circa la massiccia – ma non totale in senso geografico – presenza dei Cartaginesi in Sardegna; fortissimi dubbi invece circa una consistente presenza dei Fenici propriamente detti nella nostra Isola, e solo riconoscimento di loro approdi costieri per motivi di commercio coi Sardi e nient’altro. Su questo argomento così oscuro e dubbioso della Sardegna antica l’apporto della linguistica storica gioca un ruolo determinante: ho già segnalato che nell'intero patrimonio lessicale della odierna lingua sarda sono stati trovati appena 7 (sette) appellativi e 3 (tre) toponimi che derivano dalla lingua fenicia, ma questi sono pochissimi ed inoltre più verosimilmente sono da attribuirsi ai Cartaginesi che non ai Fenici. E anche per questa ragione brucia in maniera particolare la nuova intitolazione del “Golfo di Oristano” in quello di “Golfo dei Fenici”….
Massimo Pittau

domenica 28 marzo 2010

L'inutile 35% dei nazionalisti corsi

Le vittoria della sinistra domenica scorsa in Francia (“anche in Corsica” si è stupita essa stessa) ha naturalmente entusiasmato la sinitra e depresso la destra. La contentezza dell'una parte e lo sconcerto dell'altra hanno fatto passare in secondo piano l'avanzata (senza conseguenze data la loro divisione interna) dei nazionalisti corsi nelle elezioni regionali. “Femu a Corsica”, il cui leader è Gilles Simeoni, figlio del rappresentante storico del nazionalismo, Edmond Simeoni, ha ottenuto il 25,9 per cento e 11 seggi; “Corsica Libera”, guidata da Jean-Guy Talamoni, ha ottenuto il 9,8 per cento e 4 seggi.
Complessivamente, i nazionalisti sono arrivati al 35,7 per cento, lo 0,9 per cento in meno della lista della sinistra “L'alternance” (36,6 per cento) e il 7,9% in più della destra del “Rensamblement pour la Corse (27,6%). Già nel corso della campagna elettorale, la sinistra aveva rifiutato un accordo con i nazionalisti di Simeoni che glielo aveva offerto, e da sola ha eletto, giovedì scorso, un presidente di minoranza (24 voti su 51), alla terza votazione. Si tratta del comunista Dominique Bucchini. I due gruppi nazionalisti hanno dato i loro 15 voti a Edmond Simeoni e la destra, pur di non far prevalere un autonomista, ha dato i suoi 12 voti al proprio candidato, Camille de Rocca Serra. Capo dell'esecutivo è stato eletto il socialista Paul Giacobbi.
“Bene, riassumiano contando sulle dita, Cuba, Corea del nord, Corsica” ha commentato un tal Roderic nel sito del settimanale Le Point.

Nella foto: una tee-shirt nazionalista

sabato 27 marzo 2010

Ecco i miei romanzi. Sono vostri con un clic

di Franco Pilloni

“In sardo mi piacciono più le poesie che i romanzi, – mi ha detto mio zio novantenne – in italiano il contrario”. “Perché sono brutti?” gli ho chiesto. “No, perché sono difficili da leggere”.
E ha ragione. Perché leggere il sardo, se non c’è la pratica, non è agevole. Come le altre lingue.
Se poi gli diamo regole ortografiche diverse da quelle italiane (a scuola quelle s’insegnano, a volte in modo esclusivo), il problema si amplia. Non lo dico per polemica, lo constato.
Ma perché uno, o qualcuno, scrive romanzi in sardo? Per motivi che esulano il tornaconto economico (anche se l’editore deve pareggiare i conti, in qualche modo), per motivazioni sentimentali, di cuore o di pancia, politiche a volte. La prima è comunque la speranza di condividere con altri gli esiti della sua fatica, che vengano apprezzati se del caso, comunque presi sul serio.
Cosa fare? Mi è venuto in mente di finanziare l’acquisto dei miei romanzi, a tasso zero e a fondo perduto. Voglio dire che li propongo gratis e senza restrizioni che non siano quelle di legge (ci sono i diritti dell’autore e dell’editore, oltre che quelli etici) in uno spazio che Google mette a disposizione di tutti: un sito.
Per la verità, io un sito a mio nome lo possiedo da anni, ma non riesco più a controllarlo.
Qui, invece, è tutto molto facile: si cerca, si vede si visualizza e, volendo, si scarica per tenerlo o, volendo, si stampa. Ripeto, tutto gratis e senza frode.
Oggi sono disponibili alcuni racconti inediti, alcune poesie, un romanzo sia in sardo che in italiano: L’ISOLA DEI CANI – S’ISLULA DE IS CANIS, editi mi pare nel 2001. Prossimamente, spero entro la prossima settimana, metterò in rete AREGA PON.PON, inedita e in italiano. La versione in sardo è edita nel 2007, ancora sta in libreria.
Cosa chiedo in cambio? Nulla, salvo commentare se volete, fare il passaparola se potete, con i metodi consueti: link, email degli amici, parole, ecc.
Grazie, ZFP, per lo spazio.
Dimenticavo, ecco l’indirizzo: http://sites.google.com/site/sardusempri

Vogliamo vedere quale scelta politica c'è dietro le "Arrègulas"?

di Roberto Bolognesi

La proposta di norme linguistiche contenute nel libretto “Arrègulas po ortografia, fonètica, morfologia e fueddàriu de sa Norma Campidanesa de sa Lìngua Sarda” sta vivendo quello che forse è soltanto un quarto d'ora di celebrità o forse qualcosa di più. 
Vedremo.
 Il destino di questa proposta è strettamente legato al destino elettorale del suo sponsor e lunedì sapremo se la scommessa di chi la propone e di chi la sostiene avrà pagato, almeno in termini elettorali.
 Ora di parlarne seriamente, allora.
Pu cussu puru scriu in italianu, ca candu scriu in sardu mi benit prus mali a non brullai.
 Cosa penso della proposta in se? Tutto il bene possibile, e so di non essere l'unico a dare un giudizio positivo sulla natura intrinseca della proposta.

Questa è gente diversa: li definirei avversari dell'unificazione del sardo, ma assolutamente da non confondere con i nemici della nostra lingua: po prexeri!
 Ora, dato che tutti conosciamo le regole della retorica, dopo questa introduzione positiva tutti si aspetteranno bordate di critiche, e visto che vengono da uno dei propositori della LSC, critiche pesanti. E infatti le mie critiche a “Arrègulas po ortografia, fonètica, morfologia e fueddàriu de sa Norma Campidanesa de sa Lìngua Sarda” sono pesanti.

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venerdì 26 marzo 2010

Ancora sul saluto nuragico e suggestioni orientali


di Aba Losi

Šarru-kinu, il Re legittimo, meglio noto come Sargon di Akkad, prende il potere in Mesopotamia nel 2334 a.C., dopo aver distrutto le mura di Uruk e spezzato la dittatura del sumerico Lugal-za-gesi. Šarru-kinu fonda l’ impero accadico, che raggiungerà il suo zenith 100 anni dopo con Naram-Sin, ma dovrà anche fronteggiare un drammatico evento climatico: la grande aridificazione nota come il “4.2 kiloyear event” che avrà conseguenze per circa 300 anni.
Di stirpe semitica, gli accadici condividono in gran parte la religiosità sumerica ed il sumerico rimane la lingua ufficiale religiosa. Una delle più grandi rappresentanti della letteratura religiosa mesopotamica è proprio la figlia di Šarru-kinu, Enheduanna che ricopre l’ ufficio religioso più potente della regione all’ epoca: viene installata dal padre come sacerdotessa entu del Dio lunare patrono di Ur, il sumerico Nanna o Suen, l’accadico Sin.
La vediamo rappresentata nel disco di calcite (a) che porta il suo nome: davanti a lei una figura nuda ed una torre che rappresenta un tempio o la divinità stessa. Enheduanna ha la mano sollevata, un gesto non inusuale nei sigilli mesopotamici, e che presuppone una connotazione divina in chi lo compie. Un caso paradigmatico lo vediamo nel sigillo di Hashhamer (b), conservato al British Museum: un lamma, divinità protettiva, scorta il governatore Hashhamer davanti al Re Ur-Nammu o forse al Dio Sin stesso. La mano alzata è una delle caratteristiche distintive del suo essere divino e dell’ autorevolezza che ne deriva, sebbene un lamma non sia annoverato, in genere, tra i grandi Dei. Notate anche la veste, del tutto simile a quella di Enheduanna ed il copricapo cornuto delle divinità mesopotamiche. La statuetta siro-ittita del riquadro (c), di cui non è chiaro se sia una divinità o un re divinizzato, esprime anche essa ed anche attraverso il gesto della mano tesa, un potere di origine divina che benevolmente concede protezione ai propri sottoposti. Notate che le corna divine sono in questo caso “appiccicate” al copricapo conico.
Gigi Sanna ci spiega sia in Sardȏa Grammata che in La Stele di Nora, e ce lo ha ricordato in un commento al recente post di Pierluigi Montalbano, come il saluto Nuragico (riquadri d ed e) abbia anche un valore fonetico. È il segno del cinque, cioè la forza (il quattro) dell'Uno: in altre parole lo si può leggere, in nuragico, ’AK = Toro. Che sia espresso con le cinque dita, con cinque segni lineari, con uno sgabello a cinque piedi o con un modello di nuraghe quadrilobato (f). Voi che ne pensate? E inoltre: anche per i personaggi dei bronzetti, con la mano alzata e tesa nel saluto, è ipotizzabile un qualche attributo divino?

a) http://www.mccc.edu/~bregstel/TheAncientNearEast508200.htm;
b) Ward, 1910, The seal cylinders of western Asia;
c) http://www.hittites.info/history.aspx?text=history/Early+Empire.htm;
d) http://gianfrancopintore.blogspot.com/2010/01/dubbio-atroce-non-e-che-santantioco-sia.html;
e) http://www.aulos.it/bronzettinuragici.htm;
f) http://it.wikipedia.org/wiki/File:Mod._Bronzo_nuraghe_quadrilobato.gif

giovedì 25 marzo 2010

Sa crèsia e sa limba sarda

de Diegu Corraine

Si abbaidamus s’istòria de sa limba sarda, bidimus chi, sèculu cun sèculu, sas òperas religiosas o iscritas dae religiosos sunt meda, in intro de sa totalidade de sa produtzione literària in limba sarda. E medas sunt finas sas òperas linguìsticas iscritas dae religiosos. Sena contare sos religiosos chi ant teorizadu, finas pratichende sa teoria cun iscritos, s’idea de istabilire modellos de limba iscrita chi aerent mediadu sas diferèntzias reales de sa limba faeddada in cada bidda sarda in manera diferente.
So pessende a Ziròmine Araolla, a Giuanne Mateu Garipa, a Mateu Madau, a Diegu Mele, a Antoni Porqueddu, a Vitòriu Angius, ma mescamente a Vissente Porru, a Giuanne Rossi e a Giuanne Ispanu, e de reghente a Pedru Casu. De su restu, sa carrera eclesiàstica fiat una de sas maneras pro tènnere intrada e presèntzia in su mundu de sa cultura. Duncas, sa Crèsia, in sos sèculos colados, francu su Noighentos, at dadu meda a sa literadura sarda e a sos istùdios de limba sarda, cun òperas originales e cun tradutziones, dae sos Catechismos in limbàgios diferentes de sa Sardigna, a su Legendàriu de Garipa, a sa tradutzione sarda de sa Imitassione de Cristos, publicada in su 1871 e bortada dae un’àteru preìderu, Iuanne Batista Casula. (Cras a sas 17 in sos locales de su ex Comunu de Cuartu (viale Colombo), de su libru torradu a publicare dae Papiros, nd'apo a faeddare paris cun Mateu Porru chi at curadu s'editzione paris cun don Toninu Cabitzosu. Sa presentada est organizada dae s'Universidade de sa 3 edade de Cuartu).
Custu est naradu sena contare sas chentinas de prèigas chi deghinas de preìderos naraiant in sas crèsias sardas finas a sos annos chimbanta de su sèculu in pessu coladu, su prus inèditas.
Custu nos narat chi, a unu chirru podimus bìdere sa passione e interessu pro sa limba sarda, bida dae unos cantos religiosos comente sìmbulu de s’identidade natzionale sarda, e, a s’àteru chirru est craru chi sa Crèsia sarda impreaiat sa limba locale, su sardu e sas àteras limbas de Sardigna, comente su tataresu, su gadduresu o s’aligheresu, pro agiuare su proselitismu e sa relatzione de s’òmine cun Deus.
Chi si siat tratadu de passione pro sa limba o bisòngiu comunicativu, est craru su cuntributu de sa Crèsia a s’unione ispirituale de sos Sardos e finas a s’unione natzionale. Est finas craru chi su sardu, che a sas àteras limbas, finas de istadu, non podiat pretèndere de intrare in sa Liturgia ma s’acuntentaiat de sa presèntzia in sa paraliturgia. A su nessi finas a su Cuntzìliu Vaticanu II, chi at abertu su caminu a sas limbas “natzionales” finas in sa liturgia, cun s’abbandonu de su latinu comente limba esclusiva e universale. In ue, però, limba “natzionale” cheriat nàrrere limba de “istadu”. E duncas est istada s’ora de s’italianu, de s’ispagnolu, de su frantzesu, etc. chi sunt intradas in sa Liturgia, in parte de su latinu.
Ma, gasi comente est capitadu e càpitat in intro de sos Istados, finas sa Crèsia, a su nessi in Europa, at replicadu sa discriminatzione pro sas limbas natzionales minores, no ufitziales, non reconnotas o negadas dae sos istados. E duncas nche sunt abbarradas in foras de sa Liturgia limbas che a su sardu. Francu sas limbas chi si sunt ischidadas cun movimentos unitàrios de làicos e religiosos, pro pretèndere dae sa Crèsia, dae su Vaticanu, Liturgia e Libros Sacros in sas limbas minoritàrias. Bi sunt resessidos Catalanos, Bascos, Galitzianos, Friulanos. Cun s’otenimentu de sa possibilidade de nàrrere missa in sas limbas issoro.
Non bi semus resessidos sos Sardos a otènnere dae su Vaticanu totu custas possibilidades, pro medas resone, ma mescamente ca non nos assugetamus a s’idea sa limba pro sas Iscrituras, pro sa Missa e sa Liturgia devet èssere una, non duas o tres o bàtoro. In Vaticanu, est meda si ischint chi esistit su sardu e, duncas, non creo chi siant dispostos a atzetare unu tempus venidore in prus limbas sardas.
E, imbetzes, calicunu no at galu cumpresu chi custu est s’ostàculu mannu. Cherent pròponnere Iscrituras e Missa in duas, antis como, tres limbas, o normas iscritas, e s’inchietant cun sos pìscamos incurpados de NON chèrrere su sardu in crèsia. Sena ischire chi est su Vaticanu chi podet autorizare e non sos pìscamos.
E duncas b’at grupos o pessones sìngulas chi sunt ammaniende testos de missa o àteru in deghinas de variedades locales o, peus, personales. E negant sa possibilidade de lu fàghere in s’ùnicu resurtadu unitàriu chi tenimus in s’istòria nostra: sa Limba Sarda Comuna, mediatzione intre sas variedades prus arcàicas, sas de sa Baronia de Orosei, e sas variedades prus innovadoras, sas de sos Campidanos chi andant dae Casteddu a Aristanis.
Si cunsideramus totu sa limba sarda “reale” e non sas astratziones literàrias ebbia, su chi mutint Logudoresu e Campidanesu, nos abbigiamus chi sa limba est prus cumplessa e chi, duncas, devimus chircare sa mediatzione in unu Universu linguìsticu sardu prus estesu.
Est craru chi, si non faghimus s’isfortzu de mediare linguisticamente e alimentamus gherras de s’unu contra a s’àteru, comente chi su sardu siat biancu o nieddu, no amus a arribbare a nudda, mancu in intro de sa Crèsia.
In custa òpera de mediatzione, sa tradutzione de S’Imitassione fata dae Casula agiuat a cumprèndere chi sa limba iscrita est un’astratzione e chi sas variedades orales sunt totus giustas e possìbiles, ma chi tenent bisòngiu de una “bandera” chi las rapresentet, de unu istandard de riferimentu, duncas..
Tratende s’argumentu “Crèsia e Limba sarda” tocat finas a nàrrere chi perunu iscritore iscriet in sa variedade personale-locale sua, ma chircat semper un’astratzione supralocale. In custa manera, semus finas arribbados a tènnere duas traditziones literàrias, una setentrionale e una meridionale, ca a s’època non si podiat pretèndere de prus, pro lìmites de connoschèntzia de totu sas variedades dae parte de pessones solas comente fiant sos iscritores de tando e finas ca finas a tempos modernos non b’aiat sa pretesa de impreare su sardu in manera ufitziale.
Ma como non nos podimus firmare a sas duas traditziones literàrias. Sas esigèntzias de comunicatzione, informatzione, formatzione, didàticas, etc. de oe in die, nos cussìgiant chi est prus pràticu a tènnere una norma iscrita ebbia, lassende a cadauna sa pronùntiza locale sua.
De su restu, si sos contràrios a sa LSC lu sunt ca nant·chi custa norma est distante dae sas pronùntzias locale, gasi etotu at a èssere distante cale si siat àtera sub-norma a cunfrontu de sas variedades internas suas. Su mètodu pro arribbare a sa norma de riferimentu est su matessi, ma in su casu de sa LSC amus a tènnere una norma ebbia de riferimentu iscritu, in sos àteros casos nd’amus a tènnere duas, tres, bàtoro, chimbe, etc. Ca si damus iscritura e norma a su logudoresu e a su campidanesu, pro ite negamus sa possibilidade de tènnere una norma a su baroniesu, a s’ogiastrinu, a su sarrabbesu, a su pianalgesu, a su costerinu, a su sulcitanu, a su trexentesu, etc.?

L’ubriacatura fenicio-punica

di Massimo Pittau

A noi sembra, in linea generale, che in questi ultimi decenni da parte di alcuni archeologi sia stata enfatizzata in maniera spropositata la presenza dei Fenicio-Punici in Sardegna, in termini antropici, militari e culturali (nuovo e vistoso esempio di feniciomania!). Essi infatti hanno disegnato e presentato carte geografiche della Sardegna antica, in cui sono tracciate le supposte linee di sistemi fortificati costruiti dai Cartaginesi, di loro strade che sarebbero arrivate fin nella Sardegna interna e montana, di stanziamenti fenicio-punici stabiliti dappertutto nell'Isola, perfino nelle sue zone più interne....
Tutto questo motivato e sostanziato soltanto dalla circostanza di aver trovato qua e là nell'interno dell'Isola qualche anello o collana o statuina o vaso di fattura fenicio-punica e trascurando di considerare che questo materiale poteva essere il semplice frutto del commercio fra i Cartaginesi e gli indigeni sardi, oppure di razzie effettuate da questi a danno di quelli. Peggio ancora: hanno parlato di stanziamenti fenicio-punici in località della Sardegna interna, in cui hanno trovato i resti di capanne di forma quadrangolare (ad es. a Nurdole, presso Nùoro), quasi che i Nuragici fossero capaci di costruire soltanto capanne circolari e non anche capanne quadrangolari....
Però su questo preciso argomento tali archeologi vengono contraddetti in maniera chiara e decisiva dalla linguistica storica: nell'intero patrimonio lessicale della odierna lingua sarda sono stati trovati appena 7 (sette) vocaboli che derivano direttamente dalla lingua fenicio-punica dei Cartaginesi: ásuma «alaterno», curma «ruta d'Aleppo», grúspinu «crescione», sicchiría «varietà di aneto», sintzurru «equiseto palustre», tzíppiri «rosmarino» (tutti fitonimi), tzingorra «ceriola, anguilla giovane» ed inoltre i toponimi Macomer «Città di Merre», Magomadas «Villa Nova» e Mara e Villamar «fattoria».
Il che ha fatto giustamente dire al linguista Emidio De Felice che in Sardegna «l'apporto fenicio e cartaginese è insignificante» ed a Paul Swiggers: «(a) nelle zone dove i Fenici ed i Punici si sono stabiliti, la cultura autoctona - e gli usi linguistici autoctoni - sono sopravvissuti, e (b) la colonizzazione fenicio-punica in Sardegna era soprattutto una espansione economica, e non era guidata da una politica culturale. Concretamente questo vuol dire che la presenza dei Fenici e dei Punici sull'isola sarda era centrata attorno ad empori ed implicava una interazione molto ridotta fra le popolazioni indigene e i colonizzatori».
Il Maestro della linguistica sarda, Max Leopold Wagner, ha commentato da par suo questi incontrovertibili dati linguistici: «I Punici abitavano le città del littorale, mentre i contadini dei dintorni erano sardi. Singoli punici si erano certamente stabiliti nei latifondi presso le città littoranee ed è probabile che in queste regioni si sia formata una popolazione mista, sardo-punica; ma che, ad ogni modo, non siano esistiti nell'interno nuclei punici importanti, lo prova il fatto che le necropoli puniche di qualche rilievo si trovano unicamente nelle città della costa e che più addentro si è tutt'al più scoperta qualche tomba isolata, come a Sagama e a Geremeas. Condizioni non molto diverse si riscontrano nelle altre regioni che furono in possesso dei Punici, in Sicilia, in Spagna e persino nell'Africa settentrionale, dove i Punici occuparono le città del littorale, mentre il retroterra era abitato dai Libici e vi si parlava la lingua libica».
Questa importante e sostanziale considerazione di carattere linguistico ne implica un'altra di carattere demografico od antropico generale: l'apporto antropico dell'elemento semitico in Sardegna - prima fenicio e dopo cartaginese - sarà stato molto ridotto in tutti i tempi. Una immigrazione notevole di individui di stirpe fenicia e punica nell’Isola è da escludersi con decisione. Certamente è il caso di pensare ad una immigrazione forzata nell'Isola di manodopera servile o semiservile africana, adoperata dai Cartaginesi nelle miniere dell'Iglesiente e del Sarrabus e nei lavori agricoli del Campidano, ma neppure questa avrà mai raggiunto cifre rilevanti di individui ed inoltre non era certamente di etnia semitica. Se tutto questo non fosse vero, non potremmo in alcun modo spiegare la su esposta irrilevanza dell'apporto linguistico fenicio-punico in Sardegna.

PS - Pedo iscusa a sos amicos lettores si mi permitto de iscrivere inoche duas pazinas de unu libru rechente meu, supra sa presentzia de sos Fenicios e Cartaginesos in Sardigna. Pesso chi no istet male a cara de s’affrontu chi nos ant fattu chin su cambiu de su numene de su “Golfo di Oristano” in s’atteru de “Golfo dei Fenici”. [mp]

mercoledì 24 marzo 2010

Alleluja: abbiamo il Golfo dei Fenici

Dunque è fatta: il “Golfo dei Fenici” ha vinto. Ha avuto, raccontano le cronache, anche il bene placito del ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, dopo quello delle amministrazioni provinciali di Oristano e del Medio Campidano e di quelle dei comuni sardi che d'ora in poi potranno bearsi di essere fenici. Per evitare inutili diatribe con i fenicisti e i feniciomani (hanno vinto e buon pro' gli faccia), chiarisco ancora una volta che il problema non è, né è mai stato, quello della istituzione del “Parco dei Fenici”: il problema sta nel nome che gli si è voluto dare, “Parco del Golfo dei Fenici”.
Un lungo servizio della principale emittente televisiva sarda ha ieri sera mostrato e intervistato i protagonisti, legittimamente felici della buona riuscita dell'operazione “Golfo dei Fenici”. Tutti hanno reso l'onore delle armi alla civiltà preesistente all'arrivo delle “poche centinaia di fenici” che si sono mescolate con i nuragici, la “grande maggioranza” della popolazione nei siti di insediamento. Sono stati gentili e hanno avuto parole di apprezzamento per gli indigeni, i loro nuraghi, anche quelli primitivi, e per l'emergenza di Monti Prama. Tanto sono stati comprensivi da non aver avuto alcun tentennamento nel cooptare nuraghi e Monti Prama nel “Parco archeologico del Golfo dei Fenici – Phoinix”. Tutti insieme appassionatamente, Tharros e Monti Prama, Othoca e Tzricotu che, con il finanziamento statale, diventeranno reperti della grande civiltà fenicia, ammirabili nel Golfo dei Fenici.
Riconosco la sconfitta: la Costa Smeralda ha vinto anche qui. Così come ormai nessuno ricorda il toponimo Monti di Mola e tutto è Costa Smeralda, anche nelle carte geografiche, altrettanto succederà qui: Monti Prama, Tzricotu e i loro fratelli saranno tra non molto ospiti di Phoinix, nel Parco del Golfo dei Fenici. A maggio saranno rinnovate le amministrazioni provinciali del Medio Campidano e di Oristano, braccio politico dell'operazione. Qualcuno chiederà conto di questa svendita di identità? La storia futura, credo, una volta passata l'ondata feniciomane, si occuperà di questa brutta vicenda e dei suoi patrocinatori scientifici. Più modestamente, la cronaca politica ci dirà se, per qualche turista in più, è lecito ribattezzare la civiltà nuragica con la stessa disinvoltura con cui passate classi dirigenti permisero che una operazione di marketing ribatezzasse una parte della Gallura.

martedì 23 marzo 2010

Il patriottismo, roba da farabutti e fessi, ma solo quello sardo

Un carissimo amico e fine intellettuale bittese, Natalino Piras, ha scritto per Il manifestosardo un preoccupato articolo su un episodio che in Friuli avrebbe avuto come protagonista un insegnante napoletano che in napoletano insegnava ai suoi scolari. Scrive il mio amico:
La notizia è che l’altro ieri un maestro elementare, supplente, è stato licenziato da una scuola di Pordeneone, in Friuli, perché, lui napoletano, parlava in napoletano ai bambini. Espressioni del tipo: “Settati, piccì”. Il clamore attualmente in corso non fa vedere con esattezza se il parlare napoletano e la conseguente non comunicazione del supplente con le classi sia la vera causa. O se ci sia dell’altro a sostenere “l’incapacità didattica” con cui il maestro, un quarantenne, è stato bollato e sbattuto fuori dalla scuola E se il maestro sia da considerare un lavoratore. E se l’articolo 18 sulla reintegrazione nel posto di lavoro possa in qualche maniera riguardarlo. Proviamo a immaginare che sia vera l’ipotesi più dolorosa: che cioè il maestro è stato messo alla porta in Friuli perché non friulano parlante o perché troppo marcato l’accento napoletano. Perché in qualche maniera “impuro” rispetto alla purezza che la lingua friulana, non sappiamo se naturale o standardizzata, pretende”.
Ammette di non sapere se sia stato licenziato perché in Friuli non conosceva il friulano o perché inadatto a insegnare, ma ragiona come se lo sapesse. E si scandalizza. Eccovi una parafrasi della sua indignazione, con qualche insignificante cambiamento.
La notizia è che l’altro ieri un maestro elementare, supplente, è stato licenziato da una scuola di Rennes, in Francia, perché, lui italiano, parlava in italiano ai bambini. Espressioni del tipo: “Vai a posto”. Il clamore attualmente in corso non fa vedere con esattezza se il parlare italiano e la conseguente non comunicazione del supplente con le classi sia la vera causa. O se ci sia dell’altro a sostenere “l’incapacità didattica” con cui il maestro, un quarantenne, è stato bollato e sbattuto fuori dalla scuola E se il maestro sia da considerare un lavoratore. E se l’articolo 18 sulla reintegrazione nel posto di lavoro possa in qualche maniera riguardarlo. Proviamo a immaginare che sia vera l’ipotesi più dolorosa: che cioè il maestro è stato messo alla porta in Francia perché non parlante francese o perché troppo marcato l’accento italiano. Perché in qualche maniera “impuro” rispetto alla purezza che la lingua francese, non sappiamo se naturale o standardizzata, pretende.
Certo sarebbe intollerabile se le autorità scolastiche francesi avessero preteso dal povero insegnante italiano la conoscenza della lingua francese per insegnare ai bimbi francesi, roba da ricorso alla Corte dell'Aja. Che diammine, un po' di reciprocità: le elementari italiane, dove la conoscenza dell'italiano è notoriamente facoltativa, sono piene di maestri che insegnano in francese agli scolari italiani.
L'antropologo Giulio Angioni, in appoggio a Piras, scrive, fra l'altro: “Il patriottismo, anche linguistico, si sa, è l’ultimo rifugio dei farabutti, e dei fessi”. Aveva in mente, Giulio Angioni, gli appelli al patriottismo italiano che hanno caratterizzato il Settennato di Carlo Azelio Ciampi e quelli al patriottismo linguistico italiano lanciati negli ultimi tempi da Galli della Loggia, dal linguista Raffaele Simone, da La Repubblica, dal Corriere della Sera, da Libero e altri, tutti uniti sotto la bandiera del patriottismo italiano? Non lo so, ma sono propenso a credere di no: l'unico patriottismo di farabutti e fessi è notoriamente quello sardo.

lunedì 22 marzo 2010

Cosa mi dice "Sa losa de Osana/La stele di Osana"

di Aba Losi

“Come mattoni sparsi che presi singolarmente sembravano poter servire a costruire qualsiasi casa, ma che si incastravano l'un l'altro solo per realizzare un fabbricato ben preciso”. È questa la frase che preferisco in “La Stele di Osana” di Gianfranco Pintore: un lampo di comprensione che attraversa la mente di Sarbana, la giovane protagonista, mentre legge il quaderno di appunti di un amico archeologo. Un pensiero che esprime come nasce e prende forza una nuova conoscenza: uno schema che nasce da dati che emergono qua e là, piccoli pezzi di un puzzle che si compone lentamente sì, ma inesorabilmente per chi sa vederli questi pezzi e metterli insieme con tutta l'onestà mentale possibile, senza trascurare niente.
Sarbana, fresca di laurea in archeologia si trova davanti un'occasione unica per scendere in campo: uno scavo in Palestina, per investigare su costruzioni, forse sarde, vecchie di 3200 anni. Un peccato di ingenuità la costringe a rimanere in Sardegna dove il caso le fa incontrare Nurai, un giornalista che si è messo in testa di capire per bene la politica delle sovrintendenze archeologiche della regione: come mai certe idee sembra che debbano essere soffocate sul nascere? come mai alcuni baroni dell'archeologia usano finanziamenti non per far avanzare la ricerca ma per arrestarla? Standosene sicuri nelle loro stanze d’ alabastro.
Sarbana indaga a modo suo e scopre che un archeologo di fama afferma palesemente il falso, che altri ignorano intenzionalmente le ultime scoperte sulla città lidia di Sardis, e lo scrive in tutta onestà, semplicemente perché “si tratta di cose che vedono anche i ciechi”. Il contrattacco non si fa certo attendere: lei e Nurai vengono presentati come due incompetenti e, quando questo non basta più, come persone che usano l'informazione archeologica per “mire politiche identitarie che non c'entrano niente col rigore che deve essere proprio della scienza”. Oltre all'altisonante espressione “metodo scientifico”, predicato ma spesso disatteso, per impressionare i più, si usa anche il discredito dei due giornalisti: non importa se generico, vero o falso: l'essenziale è instillare il seme del dubbio. A Sarbana, gratificata dalla inattesa gioia dello scrivere, spetta ora il duro compito di non cedere alla frustrazione ed alla rabbia.
Questo di Gianfranco non è un libro che demonizza una categoria, quella degli archeologi. Si scaglia contro chi abusa del potere, sapientemente ammantato da uno sbandierato carisma accademico, per fare, sostanzialmente, quello che gli pare: dal rinforzo ulteriore di tale potere - che forse dà una sensazione pseudo orgasmica- al semplice rinforzo del proprio portafogli, in un crescendo di autoconcessioni morali dove i confini della decenza si attenuano sempre di più. Per alcuni la mera conseguenza di un ingranaggio in cui, a loro volta, contano ben poco, ma da cui non possono o non vogliono (per le briciole di potere che gliene derivano) affrancarsi. È in nome di questo che le vittime non hanno importanza, che non ci si ferma di fronte a nulla: ma la gente da poco è gente da poco e prima o poi fa errori strategici.
Qui l'errore più clamoroso è una patetica raccolta di firme contro gli articoli di Sarbana e Nurai, sempre più popolari e distruttivi. Firme raccolte tra gli intellettuali dell'isola e non, ma anche da chi non può permettersi di rifiutarsi. È a questo punto che tutto cambia e alcuni studiosi di rilievo non ci stanno e si affiancano attivamente ai due amici, fino al clamoroso epilogo. Indimenticabili le incoraggianti ma difficili parole che l'etruscologo fiorentino Reale rivolge a Sarbana: “Basta che il cammino sia degno di essere percorso e che lei abbia il coraggio di abbandonarlo se dovesse accorgersi di avere sbagliato”.
Un ruolo di rilievo lo svolgono anche persone da fuori, sos istranzos: perché questa è una storia di “condivisione”, dove i pregiudizi vengono bellamente mandati a quel paese e ciò che conta è la verità storica, che è di tutti. Allo stesso tempo e certo non in contraddizione, è una storia di “appartenenza” perché i protagonisti sardi, man mano che i fatti vengono alla luce, provano un legittimo senso di orgoglio per ciò che furono i loro antenati. Gli umanissimi e nobilissimi sentimenti umani della condivisione della appartenenza.
Durante la lettura si cercano di riconoscere i vari personaggi, una tentazione irresistibile. In qualche caso vi si riesce facilmente, ma l’ autore si è divertito a mescolare gli ingredienti ed aggiungere un po’ di pepe. Così capita che un nostro caro amico epigrafista emerga come un agglutinamento tra l'affascinante Sarbana e l’alcol-resistente (ma non troppo) professor José Goicoetxe.
Alla fine rimane un solo mistero veramente lasciato in sospeso nel libro: come diavolo farà Sarbana a mantenere forme così snelle e perfette con tutto quel ben di Dio che ha nel frezeer e con le pastasciutte spettacolari e i quarti di porchetto che le cucina l'amico giornalista?

Se sabato 27, verso le 17.30, vi trovate a passare dalle parti della Sala conferenze del Comune di Oristano (via Sant'Antonio, con ingresso in via Cagliari), e non avete meglio da fare, siete tutti invitati alla presentazione di Sa losa de Osana/La stele di Osana. [zfp]


Nella foto: i resti del dolmen Istrullio di Onifai che ha ispirato il racconto

domenica 21 marzo 2010

I corridori di Monte Prama

di Pierluigi Montalbano

Ritengo che i personaggi che Lilliu classifica come pugilatori, siano in realtà corridori, guerrieri dei popoli del mare con funzioni particolari che contribuirono nel 1200 a.C. alla caduta dei grandi imperi del passato. Il torso è nudo ed i lombi cinti da un breve gonnellino svasato posteriormente a “V” dove si percepiscono i lacci che lo tenevano legato, raffigurati con cordoncini a bassissimo rilievo. Il capo è rivestito da una calotta liscia i cui due lembi ricadono ai lati del collo, al di sotto della quale escono le lunghe trecce. Il braccio destro è rivestito da una guaina in cuoio che parte dal gomito e il pugno impugna una sorta di maglio metallico. Il braccio sinistro tiene lo scudo a coprire il capo da oggetti scagliati dall’alto come avviene in battaglia. Lo scudo è di forma ellissoidale e doveva essere composto da cuoio o giunco intrecciato. Durante le guerre affiancavano gli arcieri e si lanciavano sul nemico moribondo per finirlo fracassandogli la testa col maglio metallico impugnato. L’equipaggiamento leggerissimo, costituito da un semplice perizoma, li avvantaggiava nei movimenti contro i nemici abbigliati con vestiario pesante o comunque ingombrante tipico di chi combatte sui carri. Con i loro dettagli raffinati come mani, pugni e corazze, possiamo affiancare queste statue di Monte Prama agli incantevoli bronzetti raffiguranti arcieri, guerrieri e corridori, realizzati dai sardi con il metodo della cera persa e che misurano appena 10-15 centimetri. Per scoprire il loro ruolo è necessario capire come si combatte nel mondo antico.
Probabilmente il fulcro di una tipica battaglia del Bronzo era la carica di due aurighi, uno contro l’altro. Erano centinaia e i guerrieri sui carri disponevano di armamento pesante. La loro arma principale era l’arco composito, dunque i combattimenti erano sempre a lungo raggio. Naturalmente, una volta colpito il bersaglio e fermato il carro nemico, qualcuno doveva andare ad uccidere l’equipaggio. È in questa fase che entravano in gioco i “corridori”, ingaggiati per terminare l’opera nelle battaglie iniziate dai carri. Tutte le grandi civiltà, dai minoici agli ittiti, sopravvivono a pestilenze, carestie e terremoti, ma soccombono ad un nemico in carne e ossa, una misteriosa armata di barbari chiamata “popoli del mare”.
Questi invasori non hanno carri da guerra né armature, ma capiscono come combattere contro gli eserciti formati da carri. Non servono costosi contingenti di soldati, basta mettere insieme un numero sufficiente di arcieri e corridori. L’arma che trasformerà questi fanti in formidabili guerrieri, è un corto giavellotto con la punta forgiata in metallo. Non erano in grado di produrre sempre ferite letali, ma quando centravano il bersaglio il carro diventava inservibile, l’auriga diventava vulnerabile e veniva circondato dai corridori. L’auriga e il suo arciere indossavano un corpetto a squame metalliche di peso variabile fra i 15 e i 20 chilogrammi, quindi non potevano fuggire e non erano in grado di difendersi in un combattimento corpo a corpo. In situazioni del genere uno sciame di corridori armati con spade corte e scudi leggeri è in vantaggio in termini numerici e di mobilità. Se si riesce ad abbattere il cavallo col giavellotto da una distanza di 40/50 metri, si può accorciare la distanza di combattimento e ingaggiare un corpo a corpo con armi adatte.
I guerrieri inizialmente combattevano solo in guerre locali, ma, visto che la loro arte era molto richiesta, spesso andavano a prestare servizio dovunque fossero ben pagati. Non si trattava di armate omogenee: potevano avere origini diverse, ma formavano un corpo unico e parlavano lo stesso linguaggio delle armi. I primi eserciti erano composti in gran parte da mercenari, come avvenne in Sumeria (oggi parte dell’Iraq) nel III millennio a.C. Vennero formate delle armate, da impiegare nelle guerre che le città Stato della regione scatenavano continuamente le une contro le altre. Certamente le guerre hanno sempre favorito lo sviluppo di certe tecnologie accelerando il progresso.
La costruzione dei primi carri da battaglia segnò uno spartiacque nelle guerre dell'antichità, cambiò radicalmente il modo in cui gli eserciti si affrontavano. Erano rapidi e si manovravano con facilità, permettevano di dividere e disorientare le schiere nemiche. I carri più veloci erano inavvicinabili dalla fanteria, e gli arcieri che trovavano posizione su di essi potevano colpire con precisione mortale. L'arciere poteva colpire i nemici e tornare velocemente fra le fila del suo esercito.
Quando si dispone dei carri servono meno persone addestrate: un auriga e i lanciatori di frecce e sassi. Mentre un cavallo portava un solo cavaliere, su un carro trainato da uno o due cavalli trovano posto fino a quattro persone e quindi c'erano altre possibilità per creare un vantaggio strategico. Gli antichi egizi utilizzavano una quantità incredibile di carri che muovevano avanti e indietro per il campo di battaglia, con il rischio di scontrarsi fra loro, e occorreva la massima disciplina. Si organizzavano, quindi, in squadroni di 25 carri ognuno e in battaglia potevano impiegare fino a 1500 carri e attaccare con regolarità in punti diversi dello schieramento nemico. Gli Hyksos invasero l'Egitto con i loro carri e vi si stabilirono fondando la città di Avaris. Dalle pianure dell'Iran gli ariani mossero su carri e cavalli verso la valle dell'Indo e distrussero le grandi civiltà della regione. Nel II millennio a.C. erano tantissime le civiltà che avevano imparato a usare il carro da battaglia ed era diventato ormai una presenza costante nelle guerre del vicino oriente.
La fortuna del carro non fu circoscritta solo a queste regioni: anche i Celti lo utilizzavano per spostarsi in battaglia. Al contrario del carro leggero concepito dai Sumeri, il carro da battaglia dei Celti aveva una struttura molto più solida che ne evidenziava il diverso utilizzo: era concepito essenzialmente per travolgere le prime linee nemiche. Era usato come ariete e per questo aveva una struttura molto più pesante del carro sumero. Serviva per aprire dei varchi nello schieramento avversario.

La foto è tratta da Lilliu, 1966

venerdì 19 marzo 2010

Così nacque il grande inganno


Quel che segue è un capitolo del nuovo libro di Francesco Cesare Casula, Il grande inganno, edizioni Carlo Delfino.


di Francesco Cesare Casula

C’è una nicchia, nella storia dell’uomo, particolarmente delicata ed importante, che occupa il novanta per cento dell’attenzione degli storici, guidata dagli interessi nazionalisti dei governi: ed è la cosiddetta “storia patria” che, letteralmente, vorrebbe dire: “la storia della terra dei padri” (che, poi, la terra dei padri sia per un corso la Francia continentale, per un canario la Spagna iberica, per un nordinrlandese la Gran Bretagna, per un sardo la penisola italiana, è tutto da dimostrare).
Comunque, è su questo argomento che si concentrano i programmi scolastici perché questo è quanto viene imposto ai discenti piccoli e grandi, dalle elementari all’università, in modo che poi essi arrivino al momento del lavoro attivo debitamente acculturati.
Orbene, per la ricostruzione della “storia patria” gli storici operano a due livelli sovrapposti: un livello superiore di storia analitica, elaborata per lo più in strutture di ricerca pubbliche e private (Università, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Fondazioni, Istituti, Accademie, ecc.), sintetizzata in ponderosi corpi editoriali nazionali, ed un livello inferiore che dal primo discende, rappresentato dalla manualistica scolastica che indottrina i popoli e li indirizza. È chiaro che se, fin dalle elementari, s’insegna ai bambini una storia qualificata “a”, i bambini – cioè la popolazione attiva del domani – impareranno “a”, se s’insegna loro una storia qualificata “b” impareranno “b”; ed è altrettanto chiaro che, poi, quella “a” o quella “b”, se la porteranno dentro per tutta la vita conformando ad essa ogni ulteriore ragionamento e comportamento civile da adulto.
Pochi vorranno rimetterla in discussione, e perdere con essa le proprie basi di formazione, le certezze acquisite. Perciò, chi gestisce la scuola gestisce la vita.

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Processo alla Lsc: l'accusa, la difesa

di Roberto Bolognesi

I lettori del mio post precedente su questo blog ("La tradizione letteraria non basta per una politica linguistica") sono stati testimoni di un attacco - e intendo dire "attacco" e non "aggressione" - al mio lavoro da parte di un critico che - lo sa lui perché - agiva sotto pseudonimo.
Ora, per me la cosa non può avere nessuna conseguenza: sono ben al di fuori della portata del mio critico - e lui lo sa bene quanto me - e mi sono quindi chiesto a cosa stesse mirando.
Ovviamente, uno che nasconde anche la sua identità, non va a dirti poi quali siano le sue vere intenzioni. Infatti, la sua identità poteva nasconderla soltanto a voi, visto che io ho capito presto chi era e glielo ho fatto sapere.
Da chi si nascondeva allora?
Da voi, ovviamente.
E qual'era il suo obiettivo? Mi sembra ragionevole supporre che il suo vero obbiettivo foste voi, i lettori.
Come alcuni commenti hanno fatto notare, a partire da un certo punto, nessuno ha capito più molto, tranne il fatto che ci menavamo botte da orbi.
Per entrambi la cosa era funzionale: a lui interessava creare confusione e sospetti su di me; a me interessava metterlo sotto pressione emotiva per fargli rivelare nei momenti di minore controllo cose che altrimenti avrebbe tenuto nascoste.
E così è andata: penso che entrambi abbiamo ottenuto il risultato che ci eravamo prefissati.
Non sono un novellino e non sono un ipocrita, per cui non mi scandalizzo del fatto che ognuno impieghi tutti i mezzi che ha a disposizione per ottenere quello che vuole.

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giovedì 18 marzo 2010

E gasi sos giornales nos istichint sas noas

Dia dèpere èssere contentu chi oe sos giornales no apant faeddadu de s'aprovu, in su Consìgiu provintziale de Casteddu, de sas "Arregulas po ortografia, fonètica, morfologia e fueddàriu de sa Norma Campidanesa de sa Lìngua Sarda". Est un'operatzione prus de àteru eletorale e, mancari aproada a s'unanimidade dae sos consigeris provintziales, isballiada, a gradu de partzire sa limba sarda e, de cada sorte, de non l'afortire comente si tocat. Ma b'at pagu de si cuntentare e meda de s'inchietare pro sa tzensura fata dae sos cotidianos sardos chi ant brivadu sa gente de ischire it'est capitadu.
S'unu cotidianu, presu a su tzentrumanca, teniat interessu a contare su chi una giunta de cuss'ala at fatu; s'àteru cotidianu, presu a su tzentrudereta, ait interessu a contare sas reatziones contràrias chi b'at àpidu. Inimigos in totu, ma non in sa tirria insoro contra a sa limba sarda. Nche bogat s'ogru a unu tzurpu s'atrivimentu de sos diretores de sos duos giornales prus mannos de detzidire pro nois, it'est chi podimus lèghere e ite nono, cales noas podimus ischire e cales nono. E, mancari, si una noa chi compret dae Casteddu si podet lèghere in Tàtari o in Nùgoro. Pro bona sorte nostra, oe b'at Internet in ue podimus agatare su chi cherimus ischire. Ma si gasi est, ita bisòngiu tenimus de sos giornales de papiru?
Sa nova istichida dae sos giornales sardos at biagiadu e est comprida a totue. Inoghe, cherende, si podent lèghere. Ma, torro a nàrrere, ite bisòngiu b'at de giornales chi nos tratant che fedos?
Sa totografia inoghe a costàgios est de su mensile Eja, iscritu in sardu. Dae pagu est essidu su segundu nùmeru chi, a chie cheret, podet iscarrigare incarchende inoghe. A crepu de chie cheret interrare, cun atziones cuncretas o cun su mudìmine, sa limba sarda, custu mensile mustrat comente in sardu si podet iscrìere de totu, de polìtica e de archeologia, de literadura e de fatos istràmgios.

PS - iRS est su primu partidu in Sardigna chi at tentu s'osadia de leare unu pessu in contu de limba sarda e de LSC. L'at fatu cun custu documentu:

iRS – indipendèntzia Repùbrica de Sardigna denuncia l’iniziativa della Provincia di Cagliari che ha votato nella giornata di ieri all’unanimità in Consiglio Provinciale una normalizzazione grafica della variante meridionale del sardo (Arregulas po ortografia, morfologia e fueddus de sa norma campidanesa de sa lingua sarda), con il risultato di sancire politicamente la divisione della lingua sarda in due vere e proprie lingue, intese arbitrariamente come “campidanese” e “logudorese”.
La Provincia di Cagliari, già responsabile del non utilizzo ingiustificato e grave di ingenti fondi per le politiche linguistiche concessole dallo stato italiano (367.000,50 euro nel 2005, 149.000,25 nel 2006, e 30.000,00 nel 2007 ottenuti con la legge L.482/1999), si caratterizza per la sua politica “separatista” nei confronti delle altre istituzioni sarde che stanno sperimentando la norma LSC, ritagliandosi uno standard “fai-da-te” che non tiene conto di tutta la complessità culturale del sardo ma solo di una parte, strumentalizzandola simbolicamente.
iRS considera il multilinguismo una ricchezza e una dimensione fondamentale per l’esprimersi della libertà dell’individuo. In tale contesto ritiene di capitale importanza valorizzare le lingue presenti, tradizionalmente e non, sul territorio della Nazione Sarda.
Nell’ambito di valorizzazione e uso attivo delle lingue tradizionali, iRS ritiene doverosa l’applicazione di politiche linguistiche che rafforzino la caratterizzazione funzionale e non solo simbolico-folclorica delle proposte.
Il sistema linguistico sardo è un sistema unitario, nel quale le differenze fonetiche sono considerate una ricchezza di forme espressive e non possono essere utilizzate arbitrariamente per stabilire rigidi confini interni. iRS ritiene che una norma scritta unitaria seria e ragionata debba essere il trampolino di lancio per un utilizzo maturo e serio della propria lingua storica nel futuro.
iRS considera la proposta della Regione Autonoma della Sardegna (LSC) emendabile in alcune sue parti, a favore della sua funzionalità, ma non sacrificabile sull’altare del rivendicazionismo culturale e linguistico, che indebolisce la sua forza comunicativa e di diritto, mentre rafforza lo stato di subalternità nei confronti della lingua statale.
La Provincia di Cagliari si appresta a votare una proposta che divide arbitrariamente la lingua sarda in due lingue, sfruttando le costruzioni mentali e culturali frutto di decenni di opposizione al processo di rivivificazione della lingua sarda.
L’appello al Presidente della Provincia Graziano Milia, al Presidente della Commissione Cultura Palmas (il quale ha affermato che “con lingua sarda si intendono la varieta’ campidanese e logudorese, che hanno la stessa dignita’ e che questa Provincia adotta la variante campidanese”), è quello di frenare una deriva sotto-culturale che ostacola lo scambio culturale tra i territori sardi, impedisce l’utilizzo dei fondi della L. 15.12.1999 n.482 (che parlano di lingua sarda nel suo insieme), restituisce una visione e una progettualità di basso livello culturale e politico per il sardo, patrimonio indistinto di tutta la Nazione.


Sardigna natzione puru at leadu positzione cun custu comunicadu:

Sardigna Natzione Indipendentzia, convinta che la lingua, la cultura e la tradizione siano i tre elementi nei quali risiede l’anima della nazione sarda, assume una posizione severamente critica in ordine al voto espresso all’unanimità dalla Provincia di Cagliari martedì 17 u. s., in approvazione della delibera relativa all'adozione - ogni qualvolta l'amministrazione provinciale debba servirsi della lingua sarda nella redazione di atti, documenti, avvisi - della norma campidanese contenuta nel testo “Arrègulas po ortografia, fonètica, morfologia e fueddàriu de sa Norma Campidanesa de sa Lìngua Sarda” elaborata da un c.d. Comitato scientifico per la norma campidanese del sardo standard.
Partendo dal dato legislativo di tutela della lingua sarda nella sua unitarietà, Sardigna Natzione è favorevole ad ogni esperimento di normalizzazione locale, legittimo ed auspicabile in fase di passaggio dall’oralità alla scrittura, ma rigetta l’idea di suddividere ufficialmente la lingua sarda in due lingue diverse e contrapposte.
In questo caso, data l’enfasi e la formalità con la quale la si è sottolineata, la suddivisione rischia di avere conseguenze politiche gravi ed inammissibili, pur screditata come è dall’assoluta arbitrarietà ed empiricità, ostacolando di fatto una normalizzazione nazionale e insinuando nell’immaginario degli stessi sardi l’idea di una nazione divisa in uno dei suoi pilastri fondanti.
Domandandoci a chi torni comoda questa immagine – a quale sardo torni comoda, precisiamo - ribadiamo che la tutela e la valorizzazione della lingua sarda non possono mai passare per una confutazione della sua essenziale unità, semmai per una assunzione del dato della sua ricchezza lessicale per respingerne una visione frammentaria e perciò stesso depauperante.
Nel caso della Sardegna, le differenze fonetiche e lessicali locali non sono una deminutio della unitarietà linguistica, così come non lo è l’altissimo grado di variabilità genetica individuale, rispetto al dato genetico unitario e geograficamente omogeneo della gente di Sardegna.
Mascherando la delibera da baluardo contro i persecutori del sardo, la Provincia adotta dunque un provvedimento che, contrapponendosi alla sperimentazione oramai avviata – anche in Sardigna Natzione, nei suoi comunicati interni - di uno standard regionale, pare si muova, in realtà, contro l’unità linguistica, culturale e nazionale dei sardi.
Nell’ultimo piano triennale della Regione Sardegna, la norma grafica unitaria del sardo è passata in Consiglio Regionale, ed è utilizzata in molti comuni delle province sarde e negli uffici linguistici regionali.
Stante che la lingua è quella che si parla - con la sua multiforme ricchezza locale - ed il passaggio dall’oralità alla scrittura ne determina una rappresentatzione, Sardigna Natzione ribadisce la necessità che questa rappresentazione sia unitaria in tutto il territorio nazionale.

mercoledì 17 marzo 2010

Un po' di arregulas per affossare il sardo e vincere le elezioni

Un micidiale impasto di urgenze elettorali (in primavera si vota per la Provincia di Cagliari), di ignavia della Regione sarda e di potere di una lobby accademica farà si che oggi la giunta di Graziano Milia farà approvare dal Consiglio provinciale di Cagliari le “Arrègulas po ortografia, fonètica, morfologia e fueddàriu de sa Norma Campidanesa de sa Lìngua Sarda”. Il disegno, lungamente accarezzato dai più fieri oppositori accademici e no di una visione unitaria della lingua sarda, avrà dunque una sanzione politica.
“Il provvedimento all'attenzione dell'assemblea” si legge in dispaccio dell'Adnkronos di ieri “è legato al progetto della Provincia di istituzione dello “Sportello provinciale della lingua sarda” che vuole dare attuazione alla normativa nazionale e regionale in materia di lingua sarda, prevedendone l'applicazione nei settori dell'amministrazione”. Apparentemente, dunque, si tratta di uno strumento interno agli uffici della Provincia, una normalizzazione di ortografia, fonetica, morfologia e lessico di una varietà locale del sardo e, in quanto tale, benvenuto. Così come sarebbe benvenuto un analogo provvedimento riguardante la Marmilla e la Baronia, il Sarrabus e il Montagnino, l'Iglesiente e il Costerino.
Ma è nel progetto complessivo “di uno standard (quello della lingua sarda) con due norme (la norma del Campidanese e la norma del Logudorese)” che saltano fuori le magagne e, soprattutto una confusione che non è fine a se stessa. In esso si dice che la Lingua sarda comuna, adottata dal governo Soru (compagno di partito del presidente Milia, ma di corrente opposta), “propone per la Sardegna una sola norma, la logudorese”. Quindi si afferma che, con le “arregulas”, il campidanese adotta una sua norma e si invita il logudorese a darsi la propria. Che evidentemente non è quella della Lsc: se no che bisogno avrebbe il “logudorese” di darsene un'altra?
Il disegno è un altro e non bastano, per sincere che possano essere, le assicurazioni dell'attuale presidente della Provincia e candidato a succedersi, che afferma la sua convinzione che il sardo sia una lingua unica. La realtà è che una parte, non so quanto grande, degli autori de is arregulas lavorano per due standard e due lingue (ne fa fede il tono del dibattito seguito all'articolo del professor Bolognesi). In una discussione avvenuta tempo fa in un giornale telematico, del resto, ci fu chi, linguista di chiara fama e fervida sostenitrice del doppio standard, parlò di due lingue e suggerì l'esistenza di un contrasto nazionalistico fra “logudorese” e “campidanese”.
Quale possa essere questo disegno è difficile persino immaginare. Di sicuro c'entrano le prossime elezioni provinciali, per due ragioni. La prima è che la Provincia di Cagliari deve far dimenticare di aver dovuto restituire allo Stato, per incapacità di spenderlo, l'intero finanziamento pubblico, 367.000,50 euro nel 2005, 149.000,25 nel 2006, e 30.000,00 nel 2007, ottenuti con l'impegno di utilizzarle per la tutela e la valorizzazione della lingua sarda. La seconda è più direttamente elettorale: sconfessare l'operato di Soru (con lui abbiamo nulla a che fare) e titillare i possibili alleati, in primis i Rossomori che, sulla questione del doppio standard si sono sempre spesi e, in seconda istanza, gli accademici cagliaritani della linguistica sarda cui questa lingua considerano un corpo da sezionare per i loro raffinati studi, religiosamente fatti in italiano.
“Chiedetemi di parlare in francese, in inglese o in arabo, ma non in sardo” disse uno di loro agli studenti di un master di lingua sarda. Del resto, a certificare l'impegno degli accademici della linguistica dell'Università di Cagliari, bastano queste cifre ufficiali (Piano triennale della Regione): nel periodo 2002-2007 quell'Ateneo ottenne, per investirli in lingua sarda, 3.564.000 euro, ne spese 1.382.715 (appena il 39 per cento) e dovette restituirne più di 2 milioni. E, a quel che pare, neppure se ne vergognano. Che sia colpa della Lsc e dell'imperialismo linguistico logudorese sul povero campidanese? "Imperialismo linguistico" non è espressione mia: ne parla il progetto di Arregulas, senza nemmeno arrossire un po'.

martedì 16 marzo 2010

E che razza di armi avevano, i sardi del 1650 aC

di Pierluigi Montalbano

Nel XVII a.C. l’utilizzo della lega denominata rame arsenicato era ben conosciuta dai sardi che, allo stesso tempo, edificavano le torri che denominiamo proto-nuraghe. Sono torri primordiali che non presentano ancora le slanciate tholos ogivali ma possiedono già il concetto di camere cupolate con ingressi derivati dalla concezione di architrave poggiata su pietre posate a formare stipiti (passatemi il termine) paralleli. La forma tronco ogivale arriva più tardi.
Questa lega, più dura del rame, era utilizzata quando si voleva ottenere oggetti che miravano ad un utilizzo pratico e non a quello artistico o ornamentale. La maggior durezza (ossia una superiore soglia di resistenza a carichi di rottura) era ricercata soprattutto nelle armi e dalla tomba di Sant’Iroxi (Decimoputzu) arrivano alcune spade, di notevole interesse archeologico militare prima che artistico, dalla forma triangolare che richiama gli antichi pugnali in rame, conosciuti anche attraverso le rappresentazioni nei menhirs.
Come è possibile continuare a sostenere che i sardi costituivano una società aliena alla guerra quando abbiamo una testimonianza così forte e antica?
Se i sardi non guerreggiavano… chi portò in Sardegna nel 1650 a.C. queste gigantesche spade, identiche a quelle raffigurate nei templi egizi in mano agli Shardana del XIII a.C.?
Come si può sostenere che nel XIII a.C. arrivò in armi una popolazione di temibili spadaccini (gli shardana appunto) che avevano le stesse spade che in Sardegna utilizzavano già da almeno tre secoli? E non mi si venga a dire (per smentire questi dati archeologici) che illustri studiosi lo hanno scritto nei loro libri perché – evidentemente, visto che prove non ne hanno, ma solo ipotesi derivanti dalla scarsa conoscenza della civiltà sarda – dovranno correggere, e di molto, il tiro che hanno proposto. Purtroppo questi errori vistosi costituiscono parte della letteratura e, conditi da qualche parola greca e latina per legittimarne l’autorevolezza, costituiscono ciò che qualche professore continua a propinarci inducendo noi, e altri, in un errore di fondo: credere per fede e non per scienza.
In Sardegna non si documentano guerre che portarono al crollo della civiltà sarda nell’epoca a cavallo fra Bronzo Recente e Bronzo Finale, non si hanno emergenze archeologiche che supportano la tesi di questi “illustri” studiosi e si ignora volutamente ciò che fu tutta la cultura materiale (ad esempio i pugnali e le ceramiche) che precedette questo periodo storico cruciale per la comprensione del nostro passato.
I sardi del Bronzo Medio e Finale andarono verso oriente e non viceversa. Le testimonianze sono sotto gli occhi di tutti e solo bendandosi gli occhi e tappandosi le orecchie si può ignorare questa realtà storica.

La foto è tratta da L’alba dei nuraghe di Giovanni Ugas, , 2006

lunedì 15 marzo 2010

Mettiamo che non sia una simulazione. E non lo è

di Gigi Sanna

No, non spaventatevi (o, se si vuole, non rallegratevi ancora). Quello che vedete a fianco non è nient'altro che una simulazione di una trascrizione di un coccio scritto rinvenuto, mettiamo, alla fine degli anni Ottanta nel meridione della Sardegna. Come si può notare i grafemi sono di tipologia cuneiforme ugaritica arcaica e riproducono alcune lettere a cui abbiamo cercato di dare un senso ipotetico, immaginando che nella migliore delle ipotesi ci sia scritta la 'formula' ternaria, cara ai nuragici e variamente combinata (per la posizione o reiterazione del determinativo) nlh 'ag h 'ab h'. A questa abbiamo aggiunto un'altra voce attestata ormai in diversi documenti nuragici in scrittura protocananaica e fenicia arcaica.  
Ora, se noi possedessimo questo coccio nuragico (a prescindere dal contesto) e questa scritta, potremmo ottenere subito questo risultato sia ai fini epigrafici che linguistici ...

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Questa che, flirtando con il thriller, Gigi Sanna presenta come una simulazione ha tutta l'aria di essere la maschera di un volto maledettamente reale. E anche un po' vecchiotto, visto che dovrebbe avere qualche millennio e, forse per questo, negato alla vista di tutti, come fanno coloro i quali preferiscono custodire in casa i vecchi troppo decrepiti per essere mostrati a chi non è un parente stretto. Ci sono, nel noir archeologico di Gigi Sanna, sufficienti indizi per capire di che cosa parli nel suo articolo: si tratta di un coccio già visto dal professor di Giovanni Pettinato, archeologo e professore ordinario di Assiriologia alla Sapienza di Roma. Venti anni fa e rotti. Io mi chiedo, e chiedo agli archeologi che frequentano questo blog, come si faccia a tollerare una simile sottrazione di prove. Lo so, mi si potrebbe rispondere che il coccio è ben custodito da qualche parte e che i parenti stretti del vecchio reperto sanno dove si trovi. Ma è possibile digerire una cosa del genere, senza che il mondo dell'archeologia sarda si ribelli e chieda conto a chi nasconde e, soprattutto, tace? [zfp]

sabato 13 marzo 2010

Un ladro di identità si aggira fra noi

Un imbecille (che se la vedrà con la magistratura per una serie di reati di non poco contro) si è impadronito della mia identità per scaricare una parte della sua stupidità a commento di due articoli: Il saluto sardo, antichità e tradizione che non muoiono e Prete Lipandro e i SRDN. Li lascerò, per consiglio dell'avvocato, di modo che la polizia postale abbia facilitato il compito di rintracciare l'autore che tanto è spiritoso che gli lascio un augurio nella mia lingua: su risu tenzat che a su de sa melagranada.
Naturalmente mi scuso con tutti voi.

PS - Oltre ai commenti del ridanciano, lascio per un po' anche i vomiti di un altro imbecille che si atteggia a pederasta. Quando saranno un bel numero ne farò una apposita raccolta e li trasferirò in una apposita cloaca. La libertà di pensiero sarà salva e noi sentiremo meno tanfo.

venerdì 12 marzo 2010

La tradizione letteraria non basta per una politica linguistica

di Roberto Bolognesi

Una discussione sulla Limba sarda comuna ha talmente tante di quelle implicazioni, che diventa difficile non perdere il filo. Si mischiano in continuazione argomenti di tipo completamente diverso (politici, emotivi, tecnici) e questo comporta non solo una grande dispersività, ma anche l’impossibilità di intendersi.
Forse il fatto che i partecipanti alla discussione non si capiscano e continuino poi per inerzia per la loro strada, incuranti di essere letti o meno, non è neanche così grave. In fondo non si discute per convincere l’interlocutore: sappiamo tutti che questo è praticamente impossibile.
Sarebbe interessante però riuscire a restringere gli argomenti della discussione ad un solo tipo: per esempio, i motivi della scelta per la doppia tradizionale letteraria in “logudorese” e “campidanese”.
Forse in questo modo i lettori riuscirebbero a farsi un’idea del perché per una parte dei Sardi è importante continuare nel solco della tradizione, mentre per altri è invece molto più importante superare le divisioni che questa tradizione implica.
Comincio io, allora, dicendo che quello che mi è sempre mancato negli interventi dei favorevoli alla doppia tradizione letteraria è la spiegazione del perché la semplice esistenza di questa tradizione dovrebbe costituire un motivo sufficiente per aderirvi. Tradizioni ne esistono tante e, soprattutto a partire dagli anni ’60, ormai quasi nessuno fa appello “ai valori tradizionali”.
Insomma, non sono più i tempi in cui si fa qualcosa perché “si è sempre fatto così”, anzi! Oggi valutiamo tutti in continuazione quali siano i pro e i contro di una determinata tradizione o innovazione. E per fortuna, la tendenza a considerare come positiva qualsiasi innovazione sembra aver perso importanza.
Mi risulta quindi stranissimo questo rifiuto di qualsiasi soluzione che implichi il riconoscimento della fondamentale unità linguistica e culturale dei sardi, effettuato in nome di “su connotu”. È come se i sostenitori di “su connotu” non si rendessero conto che aderire alla doppia tradizione letteraria è una scelta politica-e non naturale-quanto lo è l’adesione all’innovazione di un’unica forma scritta per il sardo.
Insomma, per me è assolutamente incomprensibile che si usi un argomento del tipo: il campidanese e il logudorese letterari esistono, quindi dobbiamo usare quelli e rinunciare a una grafia sarda comune. Forse sono io che non capisco, ma qualcuno mi vuole allora spiegare perché nessuno considera valido un argomento del tipo: “il cavallo esiste, quindi non dobbiamo usare l’auto”, mentre molti considerano valido l’argomento: “il logudorese e il campidanese letterari esistono, quindi non dobbiamo usare la LSC ”?
Se qualcuno, volesse rispondermi, per favore, non cominci a parlare di linguistica, perché la discussione sulla eventuale rappresentatività delle due astrazioni letterarie nei confronti della situazione del sardo parlato è un’altra discussione e questa può soltanto essere effettuata da tecnici.

giovedì 11 marzo 2010

Il saluto sardo, antichità e tradizione che non muoiono

di Pierluigi Montalbano

Da qualche tempo, dietro suggerimento della D.ssa Aba che mi ha rovesciato il calderone bollente davanti ai piedi, ho iniziato a lavorare su una simbologia e abitudine sarda, già individuata da Laner (che saluto) e da lui esposta brevemente in un convegno al quale ho partecipato recentemente.

Quando passeggiamo a piedi o in auto lungo i sentieri campestri o, da turisti, nelle strade interne dei paesi dell’isola, nel momento in cui incrociamo lo sguardo o il passo con un abitante del posto si innesca un meccanismo mentale che porta ambedue a sollevare il palmo della mano destra e, tenendolo vicino al petto, rivolgerlo in segno di saluto verso il nostro “nuovo” conoscente, che certamente risponderà in tempo reale.
Questa consuetudine, quasi inconscia, si perde nella notte dei tempi e ha acceso il mio interesse, portandomi alla ricerca delle più antiche rappresentazioni di tale atteggiamento in un itinerario virtuale che ha toccato i quattro angoli del globo. L’indagine è partita dalle nostre sculture bronzee che stanno in bella mostra in tutti i musei del mondo e salutano, rispettosamente e con regale dignità, tutti quei turisti che osservano da dietro un vetro questi capolavori degli artigiani sardi di 3000 anni fa. Il fascino di questi bronzetti ha contagiato tutti i collezionisti di antichità e, purtroppo, ha spinto alcuni faccendieri ad una duplice illegale attività: eseguire dei falsi e, allo stesso tempo, contrabbandare i veri.
Ritornando al saluto, possiamo certamente affermare che i sardi sono gli inventori di questo antico rito. Decine di bronzetti, guerrieri, sacerdoti o gente del popolo indifferentemente, sono rappresentati in segno di saluto, di ossequio, di rispetto, sempre reciproco. In questa immagine, come mia consueta metodologia di proposta, ho eseguito un mosaico delle statuette descritte con tanto piglio dal nostro maestro Lilliu nel suo “Sculture della Sardegna nuragica” del 1966.
Nel resto del mondo ho trovato solo queste altre poche immagini, a dimostrazione che la tradizione è stata introdotta, o almeno resa importante, dai sardi antichi. Invito i blogger a segnalare altre rappresentazioni e, nel frattempo, a riflettere insieme a me su questa importante caratteristica che distingue i nostri avi dagli altri popoli.

mercoledì 10 marzo 2010

Prete Lipandro e i SRDN

Un curioso silenzio è precipitato sugli ultimi articoli che riguardano gli esempi di scrittura antica (provvisoriamente la chiamo così) pubblicati su questo blog. Con finesse d'esprit c'è chi ha definito paccottiglia e chi ciarpame quanto pubblicato. Per Blaise Pascal tale finesse stava nella capacità di cogliere i fenomeni appartenente più al sentimento che alla ragione, al contrario dell'esprit de geomètrie che attiene la facoltà di capirli scientificamente. In fondo, per buttarla in qualcosa di più banale, è un senso di vuoto da cui si sono lasciati prendere coloro che gridano la propria ira.
Hanno una qualche loro genuinità in simili reazioni, come di un credente di fronte a una bestemmia, di un vescovo provenzale davanti all'eresia dei catari. Solo i tempi cambiati risparmiano Aba Losi dalla punizione celeste e dalla scomunica. Ma se i genuini hanno espresso la loro ira, altri, quelli più riflessivi, tacciono, si lasciano catturare dallo stesso esprit de finesse e non riescono a contrastare con la ragione quel che nei precordi sentono: e se fosse vero? E se la lettura dei quattro documenti fosse quel che sembra?
Sulla interpretazione si possono avanzare tesi conflittuali e non sto ad elencarle, sono a disposizione di tutti poco più sotto questo post. Ma sulla cosa in sé? Su quel quadruplice SRDN, prima dislocato qui, là, altrove, restano poche alternative: o SRDN c'è scritto o non c'è scritto. Se non sono quei quattro (+ due), i segni che cosa sono? La lettura di MRD fatta sulla ceramica di Pozzomaggiore, tralascia un quarto segno, mezzo mangiucchiato ma evidente. E quindi è almeno monca, reticente. E poi, che cosa sarebbero gli altri diciotto segni evidenti? E i segni sugli altri tre reperti?
Introducendo la sua splendida ballata “Prete Lipandro e il giudizio di Dio”, Enzo Jannacci la dedicava “a tutti quelli - e sono tanti - che pur essendo testimoni di fatti importantissimi e determinanti dell'avvenire della civiltà, neanche se ne accorgono!”. Forse giravano la testa, come sta succedendo oggi davanti a tanti lasciti del passato che potrebbero (c'è, però, chi ne è certo) raccontare una storia diversa da quella consegnata alle rassicuranti certezze religiose. A quelle, cioè, la cui messa in discussione è equiparata a un'eresia degna del fuoco dell'inferno.

martedì 9 marzo 2010

Il Toro di SRDN


di Aba Losi

Riassunto della puntata precedente. Almeno quattro documenti scritti sardo-antichi mostrano la parola ŠRDN, scritta con modalità e caratteri di codici alfabetici imparentati, ma diversi. In tre di essi è anche esplicita la parola ’AB (padre), a formare la versione antica del famoso Sardus Pater: l’aba Shardan.

Il Padre Sardo, così chiaramente definito nella Stele di Nora, nel documento di Pozzomaggiore, nel cartiglio di Quirra e nel ciondolo di Pranu Antas (1), è altrettanto chiaramente definito Toro negli stessi documenti. L'accostamento viene acquisito con modalità differenti, ma, anche qui, imparentate. Il modo più semplice è l'utilizzo di un logo-pittogramma, una sorta di icona da leggersi direttamente “Toro”. Ovviamente alla maniera Shardana, già da tempo identificata con la parola ’AK o la vocalizzazione alternativa ’AG. La modalità “iconica” viene utilizzata nel cartiglio di Quirra, dove la protome taurina troneggia nel mezzo del documento; nel ciondolo di Pranu Antas di Allai, facendo uso del foro “cornuto” per la cordicella; nella stele di Nora, utilizzando la lettera taurina’aleph, posta esattamente al centro del documento.
La lettura lineare diretta per ’AK la troviamo invece, piacevole sorpresa, nel documento di Pozzomaggiore. La troviamo anche però, come chiarissimo ’AG, nella navicella di Teti (2). La ritroviamo, a mio parere, nelle voci Nurake e Nuraghe, parole composte che rendono la “Luce del Toro”.
Le righe che seguono saranno follia? È possibile, ma le scrivo ugualmente. Nella numerologia che vado sviluppando, fondata sull'idea che l'alfabeto a 30 lettere di Ugarit “racconti” il mese soli-lunare ideale di 30 giorni in chiave divina, ogni lettera ha un valore numerico corrispondente alla frazione di luna visibile, al suo apparire, per ogni giorno del mese. Usando la notazione frazionaria, si ottiene ad es. 1 (o 100%) per la lettera centrale mem corrispondente al plenilunio ed 1 anche per il nome divino El (aleph-lamed). Se ricordate YHWH fornisce invece il numero 2, così come Adonai, Giacobbe, Abramo.
L'espressione El-YHWH fornisce il numero 3. Così come l'espressione ’AK ’AB ŠRDN. Così come il numero sacro dei Nuragici che invariabilmente emerge dai documenti scritti.
Il frame di lettura sull'alfabeto di Ugarit pone il nome sacro YHWH al momento della congiunzione Sole-Luna (luna nera, la potenza duale e segreta del Dio) ed il nome sacro El o El-YHWH al momento del plenilunio (la potenza manifesta del Dio). Così come il nostro ’AK ’AB ŠRDN.

(1) la Stele di Nora, il documento di Pozzomaggiore ), il ciondolo di Pranu Antas di Allai (Gigi Sanna, La Stele di Nora, 2009, PTM ed. pg. 61), , il sigillo bronzeo di Quirra (Gigi Sanna, Sardȏa grammata, 2004, S’ Alvure ed., pg 262)
(2) Vedi

domenica 7 marzo 2010

La lingua sarda, oggi

di Massimo Pittau

Una decina di anni fa è stato organizzato a Berlino, da una delle sue Università, un convegno sulla lingua sarda. In quel convegno ho tenuto una relazione intitolata “La Lingua Sarda oggi”, che poi ho inserito nel mio libro “Lingua e civiltà di Sardegna” (Cagliari 2004). Pur essendo quella mia relazione non esattamente centrata rispetto alla problematica odierna, ritengo opportuno pubblicarne uno stralcio.

La lingua sarda esiste realmente anche come lingua letteraria, anche se espressa in due varietà fondamentali, il logudorese letterario e il campidanese cittadino. Queste due varietà letterarie risultano ormai quasi del tutto standardizzate e anche fortemente unificate nel rispettivo ambito di ciascuna. L'uso di una di queste due varietà letterarie ormai è generale da parte dei poeti e anche dei prosatori sardi.
Non si deve poi trascurare il fatto che i poeti sardi sono molto numerosi, sia in Sardegna che fuori, tanto che ormai raggiungono il migliaio, sempre pronti a partecipare ai numerosi premi di poesia che continuano a esser banditi anno per anno in varie località dell'Isola. Del resto si deve segnalare non soltanto l'elevato numero di poeti che scrivono in lingua sarda, ma anche sottolineare gli elevati livelli poetici che sono stati raggiunti da molti di loro.

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sabato 6 marzo 2010

SRDN in quattro documenti

di Aba Losi

Dopo la pubblicazione del documento di Pozzomaggiore mi sento di fare, umilmente e solo come una persona che “vede”, il punto sulla presenza della parola ŠRDN nei documenti sardi antichi scritti, quelli che finora conosciamo. Ve ne presento solo quattro, perché per altri due (il concio di Bosa e l’ altare di Zeddiani) le lettere non sono così chiare, ma teneteli in un angolino della mente. Il quattro mi basta, è una bella “forza” direbbe Gigi ed il numero quattro è anche il trait del nuovo documento, che sembra volerci dare “forza” per andare avanti. Forza, forza, forza: ce lo dice per tre volte.
Ed allora forza, guardiamo insieme come è scritta questa parola nei documenti. A sinistra vi mostro la trascrizione, con lettura da sinistra a destra. A destra come la parola è scritta sui documenti, accompagnata, quando visibile, dalla parola ’AB, padre. Non commento ulteriormente, ve li lascio gustare. Il mio preferito? Il sigillo bronzeo di Quirra, per il modo mirabile e significativo in cui vi è scritta l’ espressione ’AB ŠRDN. E spero che Gigi mi perdoni per come sono maldestra a disegnare.

Dall'alto in basso: la Stele di Nora, il ciondolo di Pranu Antas di Allai (Gigi Sanna, La Stele di Nora, 2009, PTM ed. pg. 61), il documento di Pozzomaggiore, il sigillo bronzeo di Quirra (Gigi Sanna, Sardȏa grammata, 2004, S’ Alvure ed., pg 262)